Mi chiamo Catherine

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Catherine “conquista” il Torrione con una… una gonna di ferro

Testo Anna Lamonaca – Foto Claudio Iacono | Catherine è presente, ma allo stesso modo assente. La sua esistenza aleggia tra le mura del Torrione, ha preparato la sua casa, ci accoglie, entriamo ed il nostro sguardo viene attratto da un abito: è bianco, nuziale, contornato di rose candide a simboleggiare la purezza e rosse immagine del peccato, è avvolto da una gonna, la sua struttura portante, in ferro, una gabbia – prigione avvolta da filo spinato, una musica di chitarra a creare atmosfera ed una voce, quella di Rosanna Nocera recita un monologo, rompe il silenzio, è una donna anziana, ci racconta la sua vita. Quanti anni ha? Non si sa, chi è neanche. E’ Catherine? No. La sua storia si sviluppa drammatica e poi dolce tra sogni di gioventù e stelle e schiaffeggia il visitatore che viene risucchiato da una frase scritta sotto l’abito prigione realizzato dalla stilista Emanuela Colantonio: “E’ li che le donne hanno grossi muscoli: nelle gambe”. Lo sguardo si muove sulle foto di Antonio Longobardi in mostra alle pareti come pagine di un diario, è il suo, ma è anche quello di Catherine, ci sono tracce della sua storia, un volto senza lineamenti ci accoglie di nuovo la scritta “Mi chiamo Catherine”, i suoi capelli in crocchia, “sono scozzese”, un albero, il cielo, uccelli in volo, una poltrona… Storie di donne, una narrata, l’altra scritta e fotografata, s’intrecciano e finiscono nel numero “245”, quello di Catherine su un cartellino dell’abito.
Questa l’atmosfera che ha accolto i visitatori lunedì 20 aprile alle 18.00 presso la sala inferiore del Museo Civico il Torrione per l’apertura del vernissage “Mi chiamo Catherine” realizzato dal Collettivo Artisti Uniti il Carro sotto la direzione artistica e regia di Leonardo Bilardi curato da Manuela Torre e presentato dall’Associazione Radici. La critica d’arte ci racconta: “Mi chiamo Catherine” fa parte del progetto “Marriage” capitanato da Leonardo Bilardi che si occupa della direzione artistica e della regia e curato da me. “Marriage” va a proporre un’unione tra le varie arti in una programmazione che ruota intorno ad un fulcro, una tematica comune. Abbiamo scelto la “Letteratura” cioè il testo: “Boston Marriage” di David Mamet ed il “Teatro” infatti lo porteremo in scena il 24 ed il 25 aprile alle 20,30 al teatro San Ferdinando di Napoli interpretato dalle attrici Milena Cassano, Maria Elena Verde e Doriana De Nicola, accompagnate da Enrico Russo che contribuirà ad inserire “l’arte della musica” con dei pezzi blues. “Boston Marriage” è un progetto graffiante, divertente. L’ironia e l’amore sono le armi vincenti che vanno a definire intrighi e passioni in un salotto borghese dell’800 tra 2 nobildonne.
Andiamo a trattare un tema delicato quello “dell’amore tra donne”, ciò che c’interessa però è analizzare “la peculiarità dell’amore nell’umano donna” in ogni sfaccettatura, unicità e diversità. La mostra al Torrione resterà fino 4 maggio. Emanuela Colantonio, una stilista ischitana ha realizzato quest’istallazione emblematica ed anche incentrante perché abbraccia tutto ed impersonifica attraverso un manichino il concetto che portiamo avanti in mostra e nel teatro.
Catherine chi è? E’ una delle protagoniste dello spettacolo di Boston Marriage, lei è ognuno di noi, questa mostra si ricollega in maniera tematica allo spettacolo e gli artisti tra cui Antonio Longobardo hanno estrapolato i concetti del testo di Mamet e li hanno reinterpretati, si sono sentiti liberi d’esprimere con le loro opere il testo, le frasi sotto le istallazioni e le foto sono un imput di emozione e tutto viene lasciato all’interpretazione dello spettatore.
Il testo scelto da Leonardo e Rosanna Nocera recitato stasera non è legato a “Boston Marriage”, ma è perfetto perché è avvenuto il miracolo d’unione tra le arti nel rispetto della diversità senza omologazione.
Antonio Longobardi è un fotografo che ha frequentato l’Accademia di belle arti di Napoli ed ha raccontato attraverso le foto. Catherine ci ha fatto entrare in casa sua, ma lei non c’è, non si è fatta trovare perché apparirà a teatro nello spettacolo dove in conclusione ci sarà un’altra piccola esposizione straordinaria di alcune opere di altri artisti che vanno a concludere il tutto.
Il fotografo ha poi continuato: “Io scatto immagini, Chaterine è nei dettagli delle foto, scelgo i particolari, ciò che gli altri non vedono, preferisco l’essenziale, il minimale. Cerco di deformare la realtà, do una visione diversa della vita”. Emanuela Colantonio ci ha parlato dell’abito da lei realizzato: “Questa è una gonna di ferro creata dal fabbro, io ho aggiunto il filo spinato e le rose, indica una gabbia, la prigione di questa donna, le rose bianche la purezza, le rose rosse il peccato, nella donna c’è purezza e peccato, siamo tutti un po’ peccatori e un po’santi.
La frase sotto è pronunciata nell’opera teatrale di Mamet, il velo e l’abito bianco indicano il matrimonio che è a mio avviso un’unione tra peccato e purezza. L’arte e la moda devono andare a braccetto, la moda deve esprimere un messaggio, prediligo gli abiti monumento, mi faccio aiutare da qualcuno esterno che lavori il legno o il ferro o altro, il manichino che indossa il vestito è Chaterine, ma non ha un volto e non ha braccia ha un numero che richiama l’opera teatrale”. Leonardo Bilardi regista del progetto ha dichiarato: “La mostra era fondamentale, Catherine è chiunque voglia essere qualcuno, chi voglia affermare la propria originalità, la foto con la scritta “Mi chiamo Chaterine” non ha volto ed anche l’abito non ha testa, perché lei può essere chiunque, la vecchia del monologo anche non è definita, dice più di una volta: “Quanti anni ho? Quanti anni avete? Quanti anni vuoi campare? Quanto te ne frega?” 245 un abito con un numero di serie, Chaterine non vuole essere un numero, la Catherine che abbiamo imparato a conoscere è una persona che ne passa tante per il solo fatto di essere cameriera, ad un certo punto dello spettacolo ripete alla padrona il suo nome, perché ella la tratta male e la chiama in molti modi, lei è l’unica che ne esce vincitrice. Il titolo “Mi chiamo Catherine” è di Manuela, tra vari spettacoli vi erano più monologhi da scegliere, ma Rosanna ha preferito questo ed ha fatto benissimo: una donna anziana che ha vissuto tutta la sua esistenza, ma continua a sognare. Sono emozionato, venerdì saranno le battute finali, le più stressanti, ma teniamo duro. Ischia è un pozzo di talenti, Napoli anche, ma ho la sensazione che ci stiano ancora aspettando”.
Rosanna Nocera ci ha illustrato il suo monologo: “Questa donna in realtà è tutte le donne, mi sono immedesimata in una donna anziana a cui la figlia comunica che deve andare in ospizio e questo è un passaggio forte, le donne anziane hanno molto da dire, da dare, hanno sogni, desideri, un loro vissuto, noi le vediamo per quello che ci appaiono al momento, ma sono state bambine, adolescenti, donne giovani, amanti, mogli, madri. La mia scelta d’interpretare il monologo con una voce non vecchia, ma “senza tempo” è per narrare il pensiero della donna. Il corpo invecchia, ma il pensiero no.
E’ un monologo che sento molto, lo dedico a mia madre che sicuramente avrà i suoi ricordi di quando era giovane, è commovente. Mi piace ascoltare gli anziani, quando sono in silenzio perché nessuno gli parla.
Quando dice mi avete chiusa qui, in una casa di riposo nascosta tra gli alberi, lontana dalla città è una chiave di lettura perché forse lei era felice prima, prendere un anziano, toglierlo dalla sua casa è come strappare un bambino dalla madre, il loro è uno spazio vitale”. L’attrice Milena Cassano ha continuato:”Al teatro sarò Anna, padrona di casa, un’ex prostituta omossessuale che vive una condizione agiata perché ha un protettore. Ho un’amicizia particolare con Claire che torna dopo tempo, cerco di riconquistarla perché è il mio grande amore, ma lei vuole solo l’uso del salone. Nella sala c’è una cameriera che è il punto comico di tutto lo spettacolo, interagiamo con lei cercando di inserirla nel nostro menage.
Al di la del comico, Anna fa un monologo intenso con sé stessa è arrivata ad una certa età, fa resoconti, ad un punto della vita in cui ricorda la giovinezza che non c’è più e tante cose che sono andate via.” Doriana Di Nicola interpreterà Catherine:“Ripeto spesso il mio nome perché tengo che mi si chiami con esso. Sono una ragazza di 14-15 anni che ha fatto un lungo viaggio per arrivare in America, vengo dalla Scozia, non riesco a capire le cose, sono ingenua, sulle mie, mi sforzo d’intendere le nobildonne, ma esse devono semplificarmi i concetti, sono alle 1°armi della vita. Non voglio essere trattata da serva, ma non posso pretendere, un ribaltamento sociale.
Vi è un lato della cameriera malinconico, le accadono alcune esperienze e non sa con chi parlarne, si sente sola e non capita e alla fine si confesserà alle nobildonne, ci saranno colpi di scena.” Maria Elena Verde interpreterà Claire: “Il mio personaggio è una simpatica personcina poco acculturata, istintiva, sincera, sulle nuvole che viene manipolata, c’è un lieto fine, capisco il valore delle cose che Anna fa. L’omosessualità è un modo di essere che è sempre esistito, ma nella commedia viene vissuto con semplicità”.
Per conoscere Catherine bisognerà andare il 24 aprile al Teatro San Ferdinando di Napoli e vedere “Boston Marriage”