Il Mostro di Citara (Le grand cachalot)

Non temete! Non è un serial killer o un turpe assassino. E’ semplicemente il cetaceo spiaggiato nel 1770 a Citara, il famoso arenile che comprende i Giardini Poseidon,  di Forio d’Ischia. Lo storico foriano Giuseppe D’Ascia annotava l’episodio nella sua “Storia dell’isola d’Ischia “, edita nel 1867 citando testualmente: < a questa spiaggia arenò un pesce–mostro, che chiamarono Cachelotto, la mattina di Lunedì 23 Aprile 1770, che poi comunemente fu detto il pesce di Citara. Si spesero dall’incaricato dell’università di Forio ducati 306.56 1/2 per distruggerlo – Furono impiegati 637 persone per giorni 17. Si estrassero de’ disegni, e si fecero dipinte figure di questo pesce mostro per le autorità dell’isola, che le richiesero a spese dell’università – Il pittore Foriano Gennaro Migliaccio fu applicato per molti mesi a tal uopo>.
Come si legge fu un evento eccezionale, che coinvolse non solo i diretti addetti ai lavori, ma anche le campagne limitrofe che assorbirono come ottimo concime, la massa carnosa del pesce.  Alcuni dei resti insolvibili furono conservati e tra questi la mandibola del mammifero marino che fu trasportata al Torrione di Forio che in quel periodo fungeva ancora da torre di avvistamento, anche se con minore rischio pirati ( erano stati ricacciati dopo la battaglia di Lepanto del 1571). Durante la permanenza alla storica Torre dello scultore, poeta e naturalista Giovanni Maltese, la mascella del  (Physeter macrocephalus o P. catodon), comunemente conosciuto come  capodoglio, fece bella mostra di se agli amici e frequentatori dell’atelier dell’Artista, e vi era rimasta fino a qualche decennio fa. Fu poi trasportata al Museo di Villa Arbusto di Lacco Ameno ove ultimamente giaceva in stato di abbandono. Grazie alla sinergia tra l’Associazione Culturale Radici e l’Associazione Delfhis  Ischia, il prezioso reperto è tornato nella sua storica dimora ed è possibile ammirarlo durante gli orari di apertura del Museo Civico del Torrione.                                                                                  Luigi Castaldi
L’Associazione Culturale Radici  in sinergia con l’Associazione Oceanomare Delphis Onlus è lieta di fornire le seguenti informazioni e ringrazia Oceanomare Delphis Onlus per i preziosi dati tecnici.
RESTI DEL PIÙ ANTICO CAPODOGLIO SPIAGGIATO IN CAMPANIA
La prima segnalazione documentata dello spiaggiamento di un cetaceo sulle coste della Campania è quella di un capodoglio avvenuta ad Ischia (NA), presso Citara (Forio d’Ischia) il 23 aprile 1770.
Per recuperare informazioni relative all’esemplare è stata realizzata un’indagine storica basata su un approfondito lavoro di archivio: sono stati infatti consultati, oltre alle fonti bibliografiche in letteratura, documenti inediti conservati presso biblioteche, pinacoteche e musei napoletani.
Lo spiaggiamento è stato mirabilmente illustrato in uno splendido dipinto di Gennaro Migliaccio conservato a Napoli presso il Museo Nazionale di S. Martino. Da tale indagine è risultato che l’animale era un giovane maschio di circa otto metri morto per una profonda ferita incancrenita nella coda e che la carcassa era in avanzato stato di decomposizione. Una parte dello scheletro disarticolato e la mandibola furono allora conservati presso il Reale Museo Borbonico (oggi Museo Archeologico Nazionale di Napoli) fino al 1819 quando venne ceduto a Luigi Petagna, direttore del Museo Zoologico di Napoli, per integrarne le collezioni. L’“ossame” passò poi nel 1845, al Gabinetto di Anatomia Generale e Patologica di Napoli e nel novembre 1862, fu donato in cambio al Museo di Anatomia Comparata di Bologna. Di questi resti purtroppo se ne perdono le tracce verso la fine dell’’800. Un’altra parte dello scheletro, e precisamente il mascellare superiore, fu però conservato presso la Torre di S. Anna nel Comune di Forio, come riporta un antico documento redatto dal canonico Vincenzo Onorato. Si tratta di un reperto di oltre tre metri di lunghezza cosa che indicherebbe trattarsi di un animale originariamente lungo oltre 10 metri.
Capodoglio
ORDINE CETACEA
SOTTORDINE ODONTOCETI
FAMIGLIA PHYSETERIDAE
GENERE PHYSETER
SPECIE: Physeter macrocephalus (Linnaeus, 1758)
Capodoglio, sperm whale, cachalote, cachalot, Pottwal
Il capodoglio è il più grande dei cetacei Odontoceti, con una lunghezza che può arrivare fino a 18 metri e un peso di 50 tonnellate. La femmina è di dimensioni più inferiori rispetto al maschio (11-12 metri circa).
Caratteristica della specie è il profilo dell’enorme capo. La colorazione è grigio scuro uniforme, solo lungo l’esterno della mascella superiore e della mandibola, la pelle è spesso bianca. Lo sfiatatoio si trova all’estremità del capo, spostato sul lato sinistro e il soffio è basso, disordinato e diretto obliquamente in avanti con una inclinazione di circa 45°. Le immersioni possono superare i 3000 metri di profondità. Prima di immergersi il capodoglio si trattiene in superficie per 10-20 minuti, poi inarca il dorso estraendo la grande coda. La struttura sociale del capodoglio si articola intorno al gruppo sociale, composto da femmine e individui immaturi di entrambi i sessi; recenti studi di genetica hanno dimostrato che questi gruppi sono formati da una o più unità matrilineari permanenti. All’interno del gruppo sociale le relazioni tra gli individui sono stabili e la prole viene allevata per lunghi anni. Le femmine sembrano rimanere nel gruppo di nascita per tutta la vita, i maschi, invece, raggiunta la “maggiore età” (tra i 15 e 21 anni) si allontanano dalle madri per formare gruppi di “scapoli” (bachelor groups). Con l’età i capodogli tendono ad isolarsi, i grandi maschi sono spesso solitari (lone bulls) e si aggregano ai gruppi sociali solo durante la stagione dell’accoppiamento. Di abitudini pelagiche, il capodoglio si avvicina alla costa solo dove essa presenta un fondo scosceso. Questa specie è cosmopolita, in Italia è presente sia nel bacino Nord Ovest del Mediterraneo sia nel Mar Tirreno dove tende ad alimentarsi e a riprodursi. Il capodoglio si nutre di cefalopodi mesopelagici, di tonni, barracuda e di specie demersali come merluzzi, naselli e tracine di taglia media e grande. La specie, a causa del passato sfruttamento commerciale per il valore economico delle sue carni, è in rarefazione. Nel Mediterraneo i dati di mortalità per l’alto tasso di collisioni e di catture accidentali negli attrezzi da pesca sono allarmanti; per questo nel 2012 l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) ha inserito, nella Lista Rossa, la popolazione mediterranea di capodoglio come “minacciata”(endangered), a causa del declino numerico della popolazione e soprattutto a causa dell’esiguo numero di individui maturi ancora presenti.
La presenza di capodoglio nelle acque di Ischia è stata monitorata fin dal 1991. Dal 2004, grazie alla messa a punto del sistema di rilevamento acustico, il numero di incontri con la specie è aumentato notevolmente.
Avvistamenti e rotte di capodoglio nelle acque di Ischia e Ventotene (periodo 2002-2011). La residenza di capodoglio e i suoi movimenti nell’area sono stati studiati regolarmente attraverso i dati di foto-identificazione raccolti in un periodo di 12 anni (2003–2014). A oggi sono stati foto-identificati e catalogati 71 individui diversi sulla base dei marchi naturali presenti sulla pinna caudale e ogni anno si aggiungono nuovi esemplari al catalogo. Questo fatto suggerisce che le acque di Ischia potrebbero rappresentare solo una porzione dell’home range I dati monitorati confermano la presenza nell’area di gruppi con differente composizione: femmine e individui immaturi, maschi solitari e aggregazioni di giovani maschi che formano associazioni stabili nel tempo. Monitorare la struttura sociale e lo stato della popolazione di capodoglio nell’area è fondamentale per la conservazione della specie nel Mediterraneo; una sfida per la protezione del capodoglio è rappresentata dalla proposta di allargamento dell’Area Marina Protetta di Ischia in un SIC (Sito di Importanza Comunitaria) che includa l’intero sistema del canyon di Cuma e l’habitat critico della specie.
Oceanomare Delphis Onlus Sea Life. Celebrated daily
Informazione aggiuntive a cura dell’Associazione Culturale Radici tratte da “Il Brigantino il portale del Sud”
Una curiosa vicenda confortata da documenti letterari, accanto ai quali in seguito alla ricerca, è possibile accostare anche testimonianze pittoriche. Come racconta il D’Ascia (1876, p. 375) “a questa spiaggia arenò un pesce-mostro, che chiamarono Cachelotto, la mattina di lunedì 23 aprile 1770, che poi comunemente fu detto il pesce di Citara. Si spesero dall’incaricato dell’Università di Forio ducati 306,56 per distruggerlo, furono impiegate 637 persone per giorni 17. Si estrassero disegni, e si fecero dipinte figure di questo pesce mostro per le autorità dell’isola, che le richiesero a spese dell’Università [Comune]. Il pittore foriano Gennaro Migliaccio fu applicato per molti mesi a tal uopo”.
Ancora più dettagliata e puntuale è la testimonianza di un anonimo, identificato poi con l’arcidiacono Vincenzo Onorato. L’autore del manoscritto, testimone oculare della intera vicenda si dichiara anche autore di una iscrizione. Essendo troppo breve quella che correda la tela del Museo di San Martino, probabilmente è da riferirgli la lunga nota descrittiva nei cartigli di un altro dipinto di analogo soggetto ritrovato presso un collezionista d’Ischia (cfr. Agostino Di Lustro, Un allievo di Alfonso di Spigna: Gennaro Migliaccio, in Artisti dell’isola d’Ischia, Napoli 1982 pp. 54-57).
Nel Ragguaglio istorico topografico dell’isola d’Ischia (Ms Biblioteca Nazionale, San Martino n. 439, e. 1820, foglio 86 r. e v) si racconta:“Nella divisata spiaggia a 23 aprile del 1770 un pesce di gran mole morto, tra quella sabbia, ed arena, e più passi distante dal lido si fermò, e si li diede la denomiazione di Cachelot: ma la parte verso la coda era totalmente liscia, e senza elevazione di alcuna parte, e l’ala della coda era orizzontale, e piana, lo che non si osserva nel Cachelot. Verso la coda si osservò una lunga, e larga piaga cancrenata, e fu quella, che lo portò a morte; ed a ragione si opinò, che fusse tale piaga derivata da palla di cannone tiratigli: mentre in quel tempo dall’Oceano entrò nel mare Mediterraneo un’armata navale moscovita ad oggetto di condursi nell’Oriente, e nelle parti di Costantinopoli contro la potenza Turca; e con tale incidenza ci si ebbe ad accompagnare quel gran pesce. Io avendone esaminata la lunghezza, la larghezza del corpo grande voluminoso, che il peso di alcuna particella di quella carne, portai a calcolo di ascendere a cantaja italiane mille, e duecento. Ogni mola pesava 60 once, e li denti di avanti erano uncinati, ma tutti di un finissimo avorio; la bocca portava una grande apertura atta ad ingoiare pesce di molte cantaja, e nel ventre si li trovò per intiera la pelle di un grosso bue marino. In quel tempo mio padre si trovò eletto, ed amministratore, ed in tale occorrenza mi presi la cura di farne da un pittore dilettante di Forio tirarne, e formarne un ritratto, come avvenne, ma sotto l’occhio, la direziono, ed il colore del pittore Spigna; ed il medesimo riuscì in perfezione il migliore di tutti quelli, che poterono comparire. Io mi presi anche la pena farne con una iscrizione una ben distinta descrizione relativa alla di lui forma, e figura, a tutte le di lui parti, ed al di lui peso; ma in tempo delle vicissitudini un tale mobile, con altri, scomparve nella casa decurionale publica, e non se n’è tenuta notizia dell’involazione. L’amministrazione di Forio per tagliarlo, sotterrarlo, e levarlo all’in tutto, onde nò avvenisse alcuna infezione, ci spese assai: se ne tirarono da due botte d’olio, ma molto se n’avrebbe potuto ricavare, e ne fu cagione l’inespertezza di quelli naturali, e pescatori. L’ale della bocca, o siano le mascelle rimasero, ed esistono nella torre di Santa Anna, detta di Michelangelo di tal comune, ma le mole, e li denti furono trasportate nel Museo reale. Tale pesce era maschio;e fu negli anni successivi assicurato, che la femina s’imbatte tra li banchi di sabbia sotto al mare di Puglia e se ne morì.