Migrazioni

Partono ‘e bastimente / pe’ terre assaje luntane / Cántano a buordo: só’ Napulitane! Cantano pe’ tramente / ‘o golfo giá scumpare, /e ‘a luna, miez’ô mare, / nu poco ‘e Napule / lle fa vedé.

Da quest’assioma, magistralmente espresso da E. A. Mario, pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta, nella sua poetica canzone “Santa Lucia luntana”, inizia la partenza per un viaggio ideale tra le Opere di quest’antologia che raccoglie i lavori del XVI concorso nazionale di Poesia ”Ischia l’isola verde”. La nota canzone, scritta nel 1919, descrive i sentimenti e le angosce dei tantissimi emigranti che, partendo dal porto di Napoli alla volta di terre lontane, provavano allontanandosi dalla terraferma, fissando il pittoresco panorama del borgo di Santa Lucia, ultimo scorcio della loro terra che riuscivano a vedere, sempre più piccolo, all’orizzonte. Ermete, autore di altre canzoni di successo, come la “Canzone del Piave”, chiosa in questa lirica uno dei momenti più tristi per chi si accinge a lasciare la propria terra natia, quando, avvolto dal solo mantello della Speranza, abbandona le poche certezze con l’auspicio di un futuro più roseo.

L’Associazione Giochi di Natale, grata ai Poeti, alle Giurie e a quanti hanno dato il proprio contributo alla fervida discussione sviluppata intorno agli argomenti proposti in questi sedici anni, intende sottolineare il fil rouge che accomuna gli ultimi tre: Fede e Ragione, La Libertà e Migrazioni.

“Migrazioni” racchiude, infatti, un po’ l’essenza dell’essere umano, sempre teso alla ricerca del Nuovo, che potrebbe rivelarsi oscuro e misterioso ma che da sempre è stato vettore di positività. (Anche perché, per fortuna, non siamo in grado di comprovarne il contrario). Fin dal biblico Esodo, l’Uomo ha cercato rifugio nell’Ignoto, nel futuro a lungo termine, sacrificando spesso i propri ideali, per affidarli alla progenie, che integrata con gli indigeni, ha, con il tempo, reso il frutto del primordiale sacrificio.

La mobilità umana è stata sempre una caratteristica del genere umano. Fin dalla preistoria esistono popoli nomadi e in cerca di aperture di nuovi mercati del lavoro. Dalla fine dell’ottocento anche grazie allo sviluppo del traffico marittimo si passa da flussi migratori nazionali e continentali a flussi transoceanici. Gli uomini si muovono da sempre. E per fortuna, verrebbe quasi da dire: molto banalmente, dobbiamo ringraziare l’istinto ramingo dei nostri progenitori, e la loro pazienza migratoria, se altri continenti oltre all’Africa sono stati popolati nel corso dei millenni.

Ma quali sono le ragioni più profonde che inducono l’individuo a mettere in gioco la propria esistenza?

Quella economica fu e rimane la causa prima del migrare, altre ragioni che hanno indotto grandi masse di persone ad abbandonare la propria terra, sono cause di ordine politico, etnico e religioso. Negli anni trenta del 900 furono di origine politica le migliaia di partenze dalla Germania nazista e dall’Italia fascista, in seguito alla promulgazione delle leggi razziali che privavano gli ebrei di elementari diritti senza i quali l’esistenza sarebbe invivibile. A indurre a una scelta così dura sono spesso la disperazione e la speranza. La prima convince che non c’è rimedio alle condizioni di miseria in cui si versa e che il futuro in patria non riserva più alcuna opportunità. La seconda incita a credere che in un’altra terra il futuro sarà migliore. Negli ultimi decenni una nuova causa si è aggiunta a quelle tradizionali che spiegano le ragioni del migrare. Gli effetti della globalizzazione spostano un numero crescente di individui da un paese all’altro per ragioni di studio e lavoro, oltre che per turismo. Questo fenomeno non coinvolge più grandi masse, ma singoli individui seppure in numero rilevante. Altri fattori naturali che determinano la migrazione sono i cambiamenti climatici, le eruzioni vulcaniche, le inondazioni, le carestie, i terremoti e i bradisismi. Per quanto riguarda i flussi migratori attuali, oltre a una preponderante, motivazione economica, sempre più spesso si manifesta l’emergere di un’altra, ancor più drammatica, causa, relativa a conflitti politici, religiosi, o etnici, che spesso sfociano in guerre. Gli antropologi e gli archeologi hanno a lungo indagato i percorsi migratori preistorici, studiando le trasformazioni fisiche e culturali delle diverse popolazioni. Gli effetti delle migrazioni, ad esempio, sono particolarmente visibili nell’America settentrionale, centrale e meridionale, dove popoli con origini diverse, si sono mescolati fra loro. Ancora più importanti sono gli effetti prodotti sulla cultura e sull’organizzazione sociale: ad esempio, la diffusione di lingue e alfabeti e di innovazioni tecniche (nella metallurgia, nell’agricoltura ecc.) sono spesso dovute ai processi migratori.

Nell’ultimo secolo il nostro paese è stato oggetto di flussi migratori riguardanti intere generazioni di persone, causati soprattutto da motivi economici. Queste oscillazioni migratorie hanno portato l’Italia a diventare, un insieme multietnico di individui. Qual è stato quindi il motivo scatenante di questi spostamenti? La storia socio-economica del nostro paese può essere suddivisa in due spazi temporali: uno coincidente con la prima metà del secolo scorso, caratterizzata da un’economia molto arretrata e da spostamenti di italiani all’estero, un altro coincidente con la seconda metà del secolo passato, caratterizzata da un progressivo benessere economico e dall’immigrazione di gruppi etnici, appartenenti soprattutto ai paesi orientali e asiatici, nella nostra penisola.

All’inizio del Novecento, infatti, la nostra penisola godeva di un’unità politica, ma non ancora economica, poiché nel settentrione erano ancora evidenti i segni della recente industrializzazione, mentre nel Mezzogiorno la popolazione era ancora legata alla terra, che veniva gestita spesso con metodi simili a quelli feudali. Inoltre il suolo risultava spesso poco produttivo a causa dei sistemi di coltura arretrati. La popolazione contadina si trovava di frequente vittima di crisi agrarie che in quel periodo erano ricorrenti. Ad aggravare la già tragica situazione economica dei contadini erano gli esosi tributi imposti loro dalla monarchia. E’, quindi, pienamente comprensibile l’ondata migratoria che portò molti meridionali a spingersi verso l’ignoto in cerca di lavoro e possibilità di guadagno, soprattutto in America. Nonostante i progetti degli emigranti fossero di stabilirsi nel Nuovo continente, essi non mancavano di tornare nel paese natale, perché ancora legati alle proprie origini; ed era naturale che, se qualcuno avesse offerto loro l’opportunità di acquistare un terreno con il denaro guadagnato in America, non ci pensassero due volte a sfruttare tale possibilità, ristabilendosi nuovamente nel Meridione. Purtroppo, gli eventi e le circostanze negative, che li avevano spinti alla partenza anni prima, si ripresentavano puntualmente e con essi anche la miseria. Di certo molti di loro decidevano di restare in Italia per amor di patria o per amore di una ragazza. Ma la sorte era uguale per tutti: la miseria. Finalmente con la fine della Grande Guerra si ebbe l’inizio del secondo momento del Novecento italiano, quello del cosiddetto “boom economico”, che permise anche al Mezzogiorno di risollevare le proprie sorti, portandolo a una maggiore emancipazione economica e sociale. Quali sono i dati certi sull’immigrazione nel mondo? È aumentata o diminuita negli ultimi anni? Da quali paesi, e verso quali nazioni, si muovono più migranti? Che cosa succede in Italia?

L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico che è un organismo del Ministero degli Esteri dal 1961) monitorizza costantemente il fenomeno e analizza dimensioni, dinamiche e principali caratteristiche dei flussi migratori verso i 34 paesi che fanno parte dell’organizzazione. Secondo i dati OCSE i flussi migratori sono in aumento da decenni, soprattutto dal 1960, anche se questa tendenza (proseguita anche nel primo decennio del nuovo secolo) è caratterizzata da forti fluttuazioni, spesso dovute a questioni economiche o geopolitiche. Dopo un forte aumento alla fine del millennio e un picco nel 2007, c’è stato un netto calo nel 2008 e nel 2009 in coincidenza con la crisi finanziaria globale, che è proseguito negli anni successivi.

Questi dati rilevano che oltre un miliardo di persone nel mondo vivono in condizioni di povertà e che da sempre queste persone si spostano in cerca di un posto più ricco, e chi li accoglie, deve necessariamente cedere qualcosa. Da questo nascono le politiche nazionaliste, i vari razzismi e i “fuori dal mio giardino” e chi ospita cova, di solito, un istinto di conservazione del proprio, che vede minacciato dal nuovo arrivato.

Il resto è cronaca quotidiana.

Il tema “Migrazioni” interessa sia la specie umana sia quella animale. Soprattutto gli animali si muovono spesso attraversando regioni o interi continenti, come fanno gli uccelli, in cerca di territori adatti a svernare o le mandrie di quadrupedi in cerca di cibo più abbondante e nutriente, o le tante specie acquatiche per deporre le uova. Il fine ultimo di tutte le migrazioni è la conservazione della specie. Questa necessità si manifesta sia cercando di raggiungere territori meno ostici, sia , una volta raggiunto il primo obiettivo, inserendosi gradualmente nel tessuto ambientale accogliente.

Il fenomeno migratorio, esteso peraltro a tutta la specie animale, è stato sensibilmente affrontato nell’Arte poiché essa ha la capacita di raccontare, attraverso prospettive diverse, l’esodo interiore ed esteriore degli essere umani, la fuga o lo spostamento di milioni di persone, e animali in cerca di futuro e di pace e di sostentamento.

In Poesia ad esempio Giosuè Carducci, vede gli uccelli migrare nel vespero come esuli pensieri, e Pablo Neruda, dedica un’intera ode alla migrazione degli uccelli, una bellissima poesia che potrebbe essere riletta anche pensando alle attuali migrazioni umane:

«…Passano/gli uccelli, come/l’amore,/cercando fuoco,/volando via

dall’abbandono / verso la luce e le germinazioni,/uniti nel volo della vita, /e sulla linea e le schiume della costa / gli uccelli che cambiano pianeta / colmano /il mare / del loro silenzio d’ali.»

Il tema della migrazione è stato affrontato anche in pittura e tanti artisti, noti e meno noti hanno dato il proprio contributo all’“οἶδα”, la conoscenza del fenomeno, visto dalla parte di chi lo soffre.

Tra questi, scusandoci con chi abbiamo tralasciato c’è Raffaello Gambogi (Emigranti, 1894 ) che accenna appena ai volti, mentre è più attento agli atteggiamenti: il padre che bacia la bambina, la madre che si asciuga le lacrime con un fazzolettone rosso, un’altra bimba che tende le braccia. Anche Angiolo Tommasi, livornese, (di cui è rappresentato il quadro Gli emigranti, 1895, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna) osserva sul molo  gli emigranti in attesa della risoluzione della propria vita, sperando come per scommessa, in un futuro positivo, basandosi solo sulla fiducia su chi è già in America e ne racconta le meraviglie.

Paola e Luigi Castaldi

 

Il Torrione Forio

Migrazioni